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Arancia meccanica: recensione del capolavoro di Stanley Kubrick

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Arancia Meccanica è una pura e singolare esperienza visiva, biforcata in due emissioni di male: prima della cura e dopo la cura. Essa è un tipo di condizionamento, determinato dal dott. Brodsky, volto a limitare l’individuo inducendolo a censurare il proprio libero arbitrio, in questo caso non permettendo di poter assumere atteggiamenti violenti. La cura, denominata di Ludovico, avviene tramite la proiezione di pellicole violente, naziste, sessuali, che in una ripetizione incessante arrivano a provocare una nausea psichica verso quel mondo, quegli atteggiamenti cosicché non possa essere ripercorsa nessun tipo di atrocità nella vita di Alex. Alex ha conati, dolori al capo, la visione di quelle scene gli provocano insofferenze di ogni tipo, la musica, il panico è una rinascita, egli rinasce sotto una nuova ombra. Alex soffrirà per sempre dell’idea della violenza poiché sarà collegata alla visione e al conseguente ricordo del male fisico provato in quegli attimi.

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Alex è sempre stato una persona arcigna, senza futuro e in quanto tale perseguitato da un immobilismo che fa eco in un pantano di contraddizioni; è un essere vitale e autodistruttivo, persegue il male ma conosce il bene, è consapevole di ciò che fa ma non ne misura i danni gravosi e determinanti nel prossimo. Vige l’istintività nelle sue vene e ciò si collega perfettamente al titolo, A Clockwork Orange, una metonimia ermetica, parafrasi di un sillogismo artificioso e coerente: arancia meccanica riduce la persona ad un oggetto, Alex è un chiasmo, un essere sì immorale, che vive di lucida aggressività ma essa non è un decadimento strutturale della società, anzi lui esercita la sua istintività e la sua esuberanza con vitalismo ancestrale, la sua è una chiara mancanza di freni, inibizioni di un uomo senza stato o alcuna figura paterna a cui rifarsi, vittima di una cultura corrotta e che fraziona anche il suo subconscio: Alex sogna e quando lo fa vengono mostrati attimi di plenaria sopraffazione hollywoodiana, quali kolossal di cui si è nutrito a dosi massicce, lui è il diretto figlio di una cultura massmediatica.

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Se con 2001: Odissea nello spazio, Bibbia di tutte le pellicole, l’uomo trova un incipit, la nascita, con Arancia Meccanica l’essere umano trova l’aborto, una propria aferesi. Se in 2001 la musica ha toni reverenziali, ossequiosi e sfolgoranti, qui essa necessita una meditazione: la musica viene dissacrata e sconvolta da atteggiamenti antifrastici generati dal contrasto della scena che scivola sullo schermo e l’assoluta impertinenza dei suoni che sottendono le immagini. Singin’in the rain è la perfetta appartenenza a due stili dialogici differenti: Alex canticchia la suddetta canzone sia in un momento di laida gioia, quando malmena lo scrittore e la moglie, che poi vedrà bene di violentare, sia dopo la cura. Interessante notare come Kubrick utilizzi quasi la dinamica dei documentari per raffrontarsi con un mondo apocalittico, attraverso dissolvenze o soggettive pazzesche. La violenza quindi è suolo calpestato e distorto dal suono, le musiche sono espressioni e incoraggiamenti dell’azione, ognuno nasconde l’altro e ognuno esalta l’altro, il cui crinale viene enfatizzato prima e dopo la cura: la musica di Beethoven sarà l’esempio più alto di questa divisione fatale nella vita di Alex.

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L’occhio trova una sua centralità assoluta in Arancia meccanica, esso viene marcato dal trucco, ripreso in modo espressionista e anche meccanico poiché richiama un dualismo tra il cinema e la visione dell’uomo, più precisamente la meccanicità di alcune scene accelerate o semplicemente dai modi artefatti e utopici come la scena finale: quello che sembra essere un lieto fine, la vincita dell’umanità in realtà è il trionfo di un melenso spettacolo portato avanti dalla società. Alex è inquadrato mentre fa sesso con una donna tra gli applausi di file di uomini e donne che lo incitano con costumi vittoriani, sembra poter essere un modo che ha il mondo di allora di accettare di buon grado la vitalità di Alex, poiché sono gesti misurati da loro, sintetici, come la musica, (de)generata da un’automatismo inconscio. L’artificiosità sta anche nell’uso del colore, tinte orribili contrapposte poi al candore delle divise dei Drughi. Il montaggio è un modo calcolato e preciso di condensare la narrazione, lo spettatore è colpito dalle percezioni di dolore, dalle riprese, che in toto impedisce per così dire quella apologia filmica che si perde nelle brutture, nelle sbavature tecniche, esso è un modo per controllare il male, la violenza stessa, è un’operazione decisiva, un modo di costruire in modo preciso e sottile bene e male senza sconfinare nel manicheismo. Kubrick non vuole fagocitare o esprimere un suo punto di vista su una ipotetica rinascita, o miglioramento dell’individuo dacché Alex non sembra poter essere un uomo nel quale identificarsi, anzi è un essere talmente estraneo e alienante che alcuni dialoghi restano inaccessibili, la cui unica impronta riconoscibile è proprio la musica. Talvolta è proprio lo spirito apollineo che incita e aizza quello dionisiaco, è proprio il prezzo per la libertà, essere anarchici, incompleti, non misurati, dilaganti, bizzarri e non farsi abbruttire da inutili clausole o retaggi di un castigo di una comunità troncata nella sua naturalità ancestrale. Alex è lo scarto, visivo, umano e semantico di una cultura massificata, che non conosce altro modo per stare al mondo, e quel modo, impartito dal dr.Brodsky, è disumanizzante, scadente, un abuso psichico, che trova ampio margine nell’accettazione comunitaria. I suoi gesti, seppur errati, vengono incoraggiati dopo la cura poiché assimilati dal potere che lo sostiene, è una violenza funzionale al suo trionfo. Alex non impara ad essere migliore, ma fa capolinea ad un eterno ritorno, in modo condizionato, satirico, che fa quasi dubitare della sua stessa esistenza, dacché a Kubrick non interessi sapere o provare a migliorare Alex ma apprendere se possa avere senso far rinascere, attraverso la cura, un uomo che non sia mai nato.

Fontewww.cinematographe.it

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