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4 novembre 1966, l’Arno sommerse Firenze e la sua arte

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Nel 1966 l’Arno sommerse la città e la sua arte. L’opera degli “Angeli del fango” E a Venezia la furia dell’acqua spinse gli abitanti a migrare sulla terra fermadi Vittorio Emiliani

Il 4 novembre di cinquant’anni fa l’Italia si scoperse drammaticamente fragile. Le piogge battenti e ripetute e una violenta sciroccata che fece sciogliere le nevi precoci provocarono alluvioni diffuse, soprattutto nel Veneto e in Toscana, colpendo a fondo due città-simbolo del Belpaese: Firenze e Venezia. Quel 4 novembre non fu giorno di festa bensì di lutto. Mezzo secolo più tardi possiamo dire che quella tragedia ha avuto almeno l’effetto di produrre leggi e interventi tali da mettere in sicurezza questi patrimoni mondiali dell’umanità e chi li abita? Soltanto in parte purtroppo. Parliamo ancora di calamità naturali, di eventi eccezionali, ma abbiamo saputo pianificare e realizzare poco, troppo poco.

A Venezia, nel ’66, il dramma monta rapidamente insieme all’alta marea e alla violenza di onde alte 4 metri che si abbattono sui borghi esterni di pescatori e ortolani di Pellestrina e di San Pietro in Volta. L’isola di Sant’Erasmo, in faccia al Lido, sentinella fra Adriatico e Laguna viene sommersa quasi subito. Presto lo saranno tutte le altre isole. Lo scirocco a 52 nodi scaglia il mare sul Lido, spazzando via gli stabilimenti balneari, e contro i Murazzi settecenteschi, antiche e valide difese non abbastanza consolidate nel ’900. Cedono per centinaia di metri. Alla Punta della Dogana si misura un’acqua alta da primato: 1 metro e 94 centimetri, contro il metro e 51 del 1951, quando andò sotto il Polesine. I danni materiali sono enormi, tutte le attività commerciali, tutte le abitazioni ancora ai piani terreni sommerse e corrose dall’acqua salsa, prima che il vento giri. Quanto basta per convincere migliaia di veneziani a trasferirsi sulla terraferma. Così oggi la popolazione della città storica è precipitata a meno di 56.000 abitanti contro i 121.000 del 1966.

In tutto il Venetofiumi e canali straripano violentemente. Lo sviluppo industriale, l’espansione edilizia stanno sconvolgendo un territorio dall’idraulica complessa e delicata. In Laguna si sono sottratti per le industrie centinaia e centinaia di ettari alle “barene”, zone di scambio fra acque dolci e acque salse, si è scavato il Canale dei Petroli, con effetti sconvolgenti.

Anche in Toscana piogge violente da oltre due giorni, fa caldo, si sciolgono le prime nevi in Appennino. Nella notte fra il 3 e il 4 novembre l’Arno tracima a Incisa e interrompe l’Autosole. Frane e smottamenti aggravano la situazione. Dalle fogne ancora granducali l’acqua risale. Alle 4 del mattino vanno sotto San Frediano. Acque limacciose chiazzate dalla nafta dei riscaldamenti invadono il popolare quartiere di Santa Croce. Ora l’Arno sormonta le spallette in pieno centro. Non esiste ancora Protezione civile, gli orafi di Ponte Vecchio sono stati avvertiti dalle guardie notturne. Cede la spalletta davanti alla centralissima Biblioteca Nazionale invasa da quella piena fangosa e violenta. Come i vicini depositi degli Uffizi. Purtroppo nelle grandi chiese allagate molte opere d’arte sono aggredite, il crocifisso di Cimabue primo fra tutti. Le campane delle chiese suonano a martello. Alla fine, fra città e contado, si conteranno 35 morti.

Arrivano i primi soccorsi, generosi, da Bologna e da Roma, poi da tutta Italia. Arrivano migliaia di giovani e giovanissimi a spalare, a pulire, a trasportare i libri infangati alla Limonaia di Boboli divenuta un grande laboratorio di restauro (altri verranno portati al Urbino). Sono gli Angeli del fango, raccontati da Marco Tullio Giordana ne “La meglio gioventù”. Per Natale Paolo VI verrà a celebrare la Messa in Duomo. I commercianti ora offrono “Stoffe irrestringibili, già bagnate” o “Prezzi sott’acqua”. Nelle trattorie prevalgono “Specialità in umido”. Sarcasmi e saggezze antiche. Però l’alluvione – pur nella gara nazionale di solidarietà – cambia la geografia sociale di Firenze, interi quartieri popolari come Santa Croce verranno abbandonati dai loro residenti diretti a Scandicci o a Sesto Fiorentino, per sempre.

Si insedia subito – per una più efficace difesa del suolo – la commissione presieduta da Giulio De Marchi che avanza le sue proposte, 900 pagine, anni dopo: 25.000 miliardi di lire in venti anni. Sogni. Ne stiamo spendendo molti di più per tappare i buchi. Senza contare le vittime. Si arriva alla legge numero 183 dell’89, modellata sulla riuscita Authority del Tamigi. Ottima, purtroppo sabotata dai localismi e anch’essa poco finanziata. A Venezia si è ridotto l’abbassamento del suolo vietando pozzi di metano e pozzi artesiani nell’entroterra.

Ma non si sono puliti e riscavati a fondo i canali, né potenziati i Murazzi. Si spera nel Mose, costato una enormità e tuttora da varare, forse ci si illude. A Firenze si è realizzato l’invaso di Bilancino, oltre ad opere minori che agevolano il deflusso delle piene. Ma non si sono demoliti i fabbricati abusivi nell’alveo e quindi l’Arno fa ancora paura. Purtroppo con ragione. È nata la Protezione civile. Che però interviene a disastro avvenuto, ovviamente. E la prevenzione?

Fonte: il Tirreno Toscana

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